Il caso più estremo arriva dalla Nuova Zelanda, dove tre persone (incluso un 14enne) sono state sfiorate da spari mentre surfavano in uno spot «accessibile solo su invito»

Spari contro tre surfisti, uno dei quali ha 14 anni, su una spiaggia in Nuova Zelanda accessibile – secondo alcuni – «solo su invito». È successo sulla costa di Taharoa, giovedì scorso: la polizia che sta indagando sul caso è convinta che i tre colpi di fucile sentiti dai surfisti, uno dei quali sarebbe arrivato a pochi metri da uno di loro, sarebbero stati esplosi da qualcuno che non voleva che i tre «usassero le loro acque». I surfisti – il ragazzo, il padre e un amico del padre – erano arrivati all’Albatross Point, uno «spot» isolato e magnifico, con delle moto d’acqua. Una volta arrivati al largo hanno sentito un colpo: «Pensavano si trattasse di qualcuno che era andato a caccia di maiali o capre», ha raccontato il sergente Andy Connors. Ma il secondo sparo è arrivato molto più vicino, proprio nell’acqua. Lì i surfisti hanno visto due persone, apparentemente due uomini, che dalla riva gridavano loro insulti. Terrorizzati, sono rientrati al molo da cui erano partiti e hanno avvertito la polizia.

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Se le ipotesi degli investigatori fossero confermate, si tratterebbe dell’ultimo (e più estremo) caso di «localism», un fenomeno diffuso da anni nel mondo del surf, che nell’immaginario dei più ingenui è rimasto uno sport per spiriti liberi e «fricchettoni» amanti dell’oceano. Non è (solo) così: i surfisti «locali» cercano di proteggere le proprie acque sempre più affollate a ogni costo, compresa

l’intimidazione, nei confronti dei «forestieri» arrivati a rovinare le onde migliori. Ed è un’usanza sempre più diffusa, non solo in Nuova Zelanda: dalla California al Portogallo, quasi chiunque abbia fatto surf ci ha avuto a che fare. Con la popolarità dello sport in crescita gli appassionati sono diventati sempre più «territoriali» e non è raro vedere insulti e risse in acqua, o sulla riva, per una precedenza non data o un’onda presa in modo sbagliato. Tra le molte forme di «localism» ci sono i cartelli e le barriere con cui si tenta di tenere lontani principianti e persone che vengono da fuori; manovre aggressive in acqua, con il chiaro intento di far uscire chi non è gradito, fino – in casi estremi – alla violenza fisica. In Nuova Zelanda, sospetta la polizia, addirittura a colpi di fucile.

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Il surfista professionista Daniel Kereopa, che è un «local» di Raglan in Nuova Zelanda, ha raccontato al giornale online Stuff che «da quando conosco quel posto e da quando le persone cercano di preservarlo, è sempre stato su invito». Ci si arriva solo col permesso di chi ha una casa che affaccia sul posto, oppure dall’acqua. «È ancora uno dei posti veri in Nuova Zelanda, non assaltato dai turisti, non sponsorizzato». Sono in molti a giustificare il localismo, nelle sue forme meno violente, come unico metodo per non rovinare gli «spot» migliori. «C’è gente che tiene davvero tanto alla propria terra e a mantenerla com’è. Certo per quei tre dev’essere stato terrificante – ha aggiunto Kereopa – mi spiace moltissimo per loro e nessuno vorrebbe che un ragazzino di 14 anni rimanesse traumatizzato da questa esperienza». Che forse non sarà l’ultima.

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